Descrizione
L’EVOCAZIONE DEI MORTI
Odisseo, seguendo le parole di Circe, intraprende il doloroso viaggio verso il regno dei morti. La nave non è guidata ma spinta dal vento di Borea che la stessa maga gli ha inviato: la rosa dei venti è in alto sul lato sinistro del pannello, la nave sta per varcare i confini dell’Oceano ed intorno, come nella descrizione omerica, le spirali sintetizzano le acque due fiumi Cocìto e Piriflegetonte che convogliano nell’Acheronte. Nel riquadro a destra vi è l’arrivo nella plumbea terra dei Cimmèri, eternamente circondati dalla nebbia. Il passaggio visivo che ci conduce verso il regno di Ade è scandito dall’uso della linea curva e della sinusoide che simboleggia non solo un percorso psichico ma una dimensione intima e inesplorata qual è la vita oltre la morte. Quel mondo è intangibile ma in dialogo con il vivente: Odisseo deve cercare Tiresia e dunque scava una fossa, sacrifica il nero montone, segue un rituale crudele in cui il sangue chiama le ombre affamate, desiderose di raccontare la loro sorte e di inviare messaggi al mondo dei vivi. Lievemente incise, in due file le anime si presentano ad Odisseo da Elpènore ad Arianna, da Agamennone al Pelìde Achille e poi ancora Tantalo, Sisifo, Ercole; Odisseo le riconosce ed ascolta il loro messaggi. Ma quando vede Tiresia rinuncia persino a riabbracciare sua madre Anticlèa; è angosciato, preoccupato, e l’indovino, dopo aver bevuto il sangue, gli rivela l’ira di Poseidone, causata dall’accecamento di Polifemo. Tornerà in patria ma da solo e su nave straniera e dopo aver affrontato ancora pericoli d’ogni sorta.
Infine, dopo un breve ed accorato dialogo con la madre dà ordine ai suoi compagni di riprendere la nave, poiché molte sono le ombre che si stanno avvicinando e teme l’ira di Persefone. Le ultime immagini in basso a destra raffigurano tra due navi, il dialogo tra Odisseo e Circe, che lo informa dei successivi pericoli che incontrerà prima del ritorno in patria.
Infine, dopo un breve ed accorato dialogo con la madre dà ordine ai suoi compagni di riprendere la nave, poiché molte sono le ombre che si stanno avvicinando e teme l’ira di Persefone. Le ultime immagini in basso a destra raffigurano tra due navi, il dialogo tra Odisseo e Circe, che lo informa dei successivi pericoli che incontrerà prima del ritorno in patria.
Dal libro XI vv.6-118
“Per noi dietro la nave prua azzurra,
buon vento mandava, ch’empiva le vele, compagno gagliardo,
Circe riccioli belli, tremenda dea dalla parola umana.
[…] Per tutto il giorno correva sul mare e furono tese le vele;
poi calò il sole e s’oscuravano tutte le vie.
E ai confini arrivò dell’Oceano corrente profonda.
Là dei Cimmèrii è il popolo e la città,
di nebbia e nubi avvolti.
[…] La nave qui giunti spingemmo a riva e fuori le bestie
prendemmo […] E quando con voti e con suppliche le stirpi dei morti
ebbi invocato, prendendo le bestie tagliai loro la gola
sopra la fossa: scorreva sangue nero fumante.
S’affollarono fuori dall’Erebo l’anime dei travolti dalla morte,
giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono […]
Essi in folla intorno alla fossa, di qua, di là, si pigiavano
con grida raccapriccianti: verde orrore mi prese.
[…] E sopraggiunse l’anima della madre mia morta […]
Infine venne l’anima del Tebano Tiresia;
[…] mi disse parole il profeta glorioso:
“Cerchi il ritorno dolcezza di miele, splendido Odisseo,
ma faticoso lo farà il nume […];
quando avvicinerai la solida nave all’isola di Trinachía, scampato
dal mare viola, e pascolanti là troverete le vacche e le floride greggi
del Sole, che tutto vede e tutto ascolta dall’alto.
Se intatte le lascerai, se penserai al ritorno,
in Itaca, pur soffrendo dolori, potete arrivare:
ma se le rapisci allora t’annuncio la fine
per la nave e i compagni. Quanto a te, se ti salvi,
tardi e male tornerai, perduti tutti i compagni,
su nave altrui, troverai pene in casa
uomini tracotanti, che le ricchezze ti mangiano,
facendo la corte alla sposa divina e offrendole doni di nozze.
Ma la loro violenza punirai, ritornato.”
buon vento mandava, ch’empiva le vele, compagno gagliardo,
Circe riccioli belli, tremenda dea dalla parola umana.
[…] Per tutto il giorno correva sul mare e furono tese le vele;
poi calò il sole e s’oscuravano tutte le vie.
E ai confini arrivò dell’Oceano corrente profonda.
Là dei Cimmèrii è il popolo e la città,
di nebbia e nubi avvolti.
[…] La nave qui giunti spingemmo a riva e fuori le bestie
prendemmo […] E quando con voti e con suppliche le stirpi dei morti
ebbi invocato, prendendo le bestie tagliai loro la gola
sopra la fossa: scorreva sangue nero fumante.
S’affollarono fuori dall’Erebo l’anime dei travolti dalla morte,
giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono […]
Essi in folla intorno alla fossa, di qua, di là, si pigiavano
con grida raccapriccianti: verde orrore mi prese.
[…] E sopraggiunse l’anima della madre mia morta […]
Infine venne l’anima del Tebano Tiresia;
[…] mi disse parole il profeta glorioso:
“Cerchi il ritorno dolcezza di miele, splendido Odisseo,
ma faticoso lo farà il nume […];
quando avvicinerai la solida nave all’isola di Trinachía, scampato
dal mare viola, e pascolanti là troverete le vacche e le floride greggi
del Sole, che tutto vede e tutto ascolta dall’alto.
Se intatte le lascerai, se penserai al ritorno,
in Itaca, pur soffrendo dolori, potete arrivare:
ma se le rapisci allora t’annuncio la fine
per la nave e i compagni. Quanto a te, se ti salvi,
tardi e male tornerai, perduti tutti i compagni,
su nave altrui, troverai pene in casa
uomini tracotanti, che le ricchezze ti mangiano,
facendo la corte alla sposa divina e offrendole doni di nozze.
Ma la loro violenza punirai, ritornato.”




